Oye

Si rivolge a me solare e prepotente come solo i ragazzini neri sanno essere: “Oye, mister..!” Il piccolo ragazzo cubano dagli occhi onnivori vende banane fritte: “Oye, tú, mister, señor,… tostones, fufú…” Si inventa guida turistica, sprovveduta e veterana. Bastano poche ore per diventare amici, compagni di viaggio. Oye diventa la parola chiave del nostro nuovo dialetto. Poi diviene il suo nome. E così per qualche giorno Oye si trasforma in zaino, in minipilota, appiccicandosi letteralmente addosso. Il mio nuovo bagaglio –guida si siede sulle spalle, si aggrappa alle braccia, salta e corre inseguendomi dappertutto, come un uccello sulle spalle di un elefante, una sorta di accessorio prezioso del mio abbigliamento, un agile e simbiotico gioiello in carne ed ossa.

E’ a lui che dedico questa storia, piccolo abitante di un mondo antropomorfo. Oye fa i suoi primi passi sul corpo umano, salta, si aggrappa e corre, si veste di pietre o si sporca di colori. Si sospende su di un filo legato al collo, resta a cavalcioni su di un dito, abbarbicato mani e piedi per non cadere. Si moltiplica e si insegue intorno a un braccio. Prende forma. Dai graffiti paleolitici, al tuffatore di Paestum, dai dipinti di Haring, all’omino di un semaforo. Ma sempre lui, Oye, piccolo girello umano sul corpo del mondo.

Asad Ventrella