Labirinti

(...) Mi interessava mettere il labirinto su di un corpo, come se quella forma, che nelle cattedrali, nei giardini e nelle caverne ha segnato il cammino della nostra storia, ad un certo punto si ribaltasse dal proprio piano orizzontale e venisse a noi, piccola e preziosa, per darci le nostre coordinate nei suoi meandri, la misura del nostro essere. Come una bussola che ci aiuti a scoprire noi stessi, ad orientarci in noi stessi. Non più l’uomo che procede nei suoi corridoi ma il labirinto-gioiello che viaggiava sul suo corpo. Quel gioiello doveva rappresentare il simbolo della consapevolezza, del percorso e della potenza dell’obiettivo: la conquista dell’uscita, della libertà o del centro, l’io. Ne è seguito un lungo e produttivo sodalizio creativo con decine di linee che sono diventate il nostro volto, il nostro simbolo, la nostra interfaccia con il mondo. È nel 2002, mentre l’entusiasmo appariva ormai esaurito e il labirinto sembrava non poter regalare più nuove emozioni, quando mio figlio Asad riprende tutta la faccenda e come una sfida verso il padre, reinventa completamente la storia del labirinto. Svincolandolo totalmente da qualunque riferimento storico e concentrandosi intensamente sulla razionalità delle forme e sul rigore tecnologico, Asad ne ridisegna i percorsi, riplasmandone la filosofia e il valore simbolico. Nuovi materiali nuove tecnologie nuovo approccio: il LABIRINTO vive ancora nella storia VENTRELLA

Roberto Ventrella