Estrapolazioni

Ovvero la bellezza dell’inutensile

Era una domenica mattina e aspettando mia moglie, guardavo le bancarelle che esponevano ciò che rimaneva dell’Unione Sovietica. Più in là di una testa di Stalin e un colbacco spelacchiato, scorsi tra mucchi di ferraglia una grossa e sinuosa punta per trapano che annegava in una cassetta di pinzette. La tenni a lungo tra le mie mani, percorrendo le sue forme con gli occhi, con le mani, mentre cercavo una scusa per comprarla. Il richiamo di Flavia mi riportò alla realtà. Posai la punta e partimmo per la nostra gita. L’indomani, tentavo di dedicarmi a un nuovo progetto ma senza successo. Di prepotenza, inaspettato si ripresenta il ricordo di quella curva morbida e tagliente, la punta di trapano.

Ci volle un attimo. Mi resi conto che avevo sbagliato tutto l’approccio, non era la funzione che mi interessava ma la forma. Per questo non riuscivo a distaccarmi. Quel oggetto era bello anche se per me inutile e dovevo aiutarlo. Dovevo solo sganciarlo dalla sua prepotente funzionalità, estrapolarlo dal suo contesto “utile”, ingegnieristico. Nobilitarlo, trasformarlo per poterlo rendere visibile, trasformarlo in un “INutensile”. La ricontestualizzazione era chiara. Cosa c’è di più inutile di un gioiello. Il nostro anatroccolo si risveglia: da acciaio rugginoso a fulgido argento, da umile operaio a prezioso elitario. La penetrante cenerentola metallica era salva. Iniziò cosi una felice relazione che generò una numerosa discendenza. Oggi questa famiglia è conosciuta con il nome di “ESTRAPOLAZIONI” e ne sono illustri esponenti non solo bulloni e ingranaggi, tirabuchon e fascette ma tanti ex anatroccoli tutti felici della loro conquistata libertà di esprimersi in quanto forme.

Asad Ventrella